Come spiegare la tristezza ai bambini?

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Piangere mi aiuta a stare calma

e a non essere ossessionata dal peso dei problemi della vita.

Tristezza (da Inside Out)

La tristezza fa parte delle emozioni primarie, di per sé non è né positiva né negativa, ma a volte ci coglie impreparati, perché può manifestarsi in modi inattesi.

Tutti abbiamo sperimentato la tristezza, ma se ci chiedono di descriverla fatichiamo un po’. Spesso si manifesta con le lacrime, con la voglia di non fare nulla, con la chiusura verso gli altri; altre volte però ci spinge ad agire in modo esagerato o frettoloso, ad essere nervosi e irascibili.

Nella nostra cultura è difficile tener conto della possibilità che i bambini sperimentino la tristezza.

C’è chi è convinto che l’infanzia sia un periodo della vita spensierato e libero dalle difficoltà, quindi non crede che i bambini siano anche tristi; c’è chi non riesce ad accettare di vedere un bimbo triste, perché attiva in lui emozioni complesse e quindi cerca in tutti i modi di eliminare tale emozione dalla vita dei più piccoli.

Dobbiamo sapere che la tristezza è fisiologica e va ascoltata, è un potente fattore di crescita: affrontarla in modo positivo significa imparare ad attuare strategie di resilienza, a trovare la nostra risposta alle difficoltà. È nel dolore che impariamo tanto su come siamo fatti e, in quanto adulti, è nostro compito accompagnare i bambini in questo percorso.

Ci sono perciò alcuni atteggiamenti che possiamo abbracciare in quanto adulti e altri che possiamo attuare nei confronti dei bambini; ci sono giochi e attività che ci vengono in aiuto nei momenti cruciali e supporti esterni a cui fare riferimento.

Alcuni atteggiamenti degli adulti:

  1. Rispettare la tristezza e considerarla per quello che è: una emozione transitoria.
  2. Accettarla nella nostra vita e in quella degli altri, senza farla diventare la scusa per non affrontare i problemi, ma cogliendo lo stimolo per andare avanti.
  3. Allenarsi nella resilienza, cioè nella capacità di non farsi sopraffare dagli eventi negativi, ma attingere dalle proprie risorse.

Questo aiuterà prima di tutto l’adulto ad affrontare i suoi momenti tristi, e poi sarà un ottimo modello che i bambini potranno assorbire osservando i genitori; ma nei confronti dei nostri figli possiamo fare molto di più, infatti l’educazione alle emozioni, non solo alla tristezza, è un elemento costante nell’interazione genitore-bambino.

La prima e fondamentale cosa che possiamo fare con loro e per loro è parlare delle emozioni, spiegare cosa sono e descrivere la tristezza, in questo caso.

Fondamentale è raccontare di aver provato la tristezza e quando, cosa si è vissuto e che non serve reprimerla né nasconderla, ma tutti hanno il diritto di essere tristi, così si legittima l’emozione e il bambino saprà anche lui che può sentirsi triste.

Infine ascoltare e sostenere la manifestazione emotiva del bambino, con la vicinanza, l’abbraccio o frasi del tipo: “capisco che sei triste, questo rende triste anche me”, contenendo l’emozione senza minimizzare, dissimulare o sminuire.

In un secondo tempo, per rielaborare il vissuto si possono fare dei giochi che aiutano a metabolizzare ciò che è accaduto.

Con i più piccoli va molto bene usare i colori per rappresentare l’emozione, disegnandola, o associandola ad un colore con il quale riempire un foglio; quando è possibile fare dei giochi di movimento all’aperto, sulla spiaggia o nel verde, giochi di ricerca di oggetti da associare alle emozioni vissute, poiché il contatto con la natura rilassa e permette di rielaborare.

Infine vorrei suggerire dei libri che sono uno spunto per il genitore quando deve affrontare il tema delle emozioni e possono diventare un punto di riferimento per i bambini: “Un mare di tristezza” di Anna Iudica, Chiara Vignocchi e Silvia Borando, Ed. Minibombo.

 

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