Remember to love

Sono trascorsi 7 giorni esatti dai fatti tragici di Parigi e io sono più incredula e confusa che mai. La notizia è arrivata come un fulmine mentre si concludevano i festeggiamenti per il 4 compleanno di Emma, sì, il 13 novembre, e il contrasto stringete tra l’immagine di noi famiglia riuniti intorno ad un tavolo a ridere e scherzare e mangiare e bere in armonia con le informazioni che arrivavano via Twitter (sì, poi la TV l’abbiamo accesa anche noi) non potrò dimenticarlo tanto facilmente.

Mi sono sentita come quella volta, in agenzia a Milano, molto più giovane di ora, davanti ad uno schermo gigante di una sala riunione a veder crollare le due torri simbolo della nostra “civiltà”.

Poi però mi sono resa conto, nei giorni seguenti, che tanto civili poi non siamo. Le reazioni di odio, violenza gratuita e qualunquismo nei confronti di tutte le persone di religione musulmana, quasi fossero loro i colpevoli di quelle atrocità, mi ha molto colpita. 

Mi ha colpita la facilità con cui ancora si fa di tutta l’erba un fascio, di come ancora ci si basi sul colore della pelle e sulla provenienza geografica di un individuo per catalogarlo, classificarlo come amico o come nemico. Ma più di tutto mi ha colpita la differenza di percezione che abbiamo, me compresa e per questo non posso essere in pace, tra vittima e vittima.

Mi riferisco alla bellissima lettera scritta da un padre coraggioso nel momento più tragico della sua vita, che sicuramente avrete visto ma che vi riporto qui.

Ebbene, io lo ammiro, profondamente, eppure mi fa arrabbiare. Perché io non ci riesco a sentirmi così, io non ci riesco a non desiderare che quei terroristi assassini (non musulmani, solo terroristi e assassini) non spariscano dalla faccia della terra. Non ci riesco a non pensare a quel bambino di 17 mesi che la sera chiederà della sua mamma, ma la sua mamma non tornerà. Io non ci riesco. Non ci riesco perché sono una mamma, perché vedo l’amore, il desiderio fisico, il bisogno spasmodico che Emma ha di me a 4 anni. E il suo è il bisogno di ogni bambino del mondo.

Ed arriviamo al punto che non mi fa dormire. Perché non ho10477901_10204147739554931_3426943875286158542_n provato la stessa pena per i bambini di Gaza, di Beirut, di qualunque altro posto al mondo funestato da atrocità e violenze? Eppure se vedo una foto come questa lo strazio è lo stesso. Il dolore è lo stesso. La pena è la stessa.
Allora mi dico forse non ho provato la stessa pena perché quei bambini non li ho “visti”. Perché le loro storie non sono così importanti da occupare giorni e giorni di telegiornali, perché oramai la condizione di quei territori, di quei luoghi e di quegli esseri umani è considerata normale. E di conseguenza si considera il loro dolore in qualche misura diverso dal nostro, quasi ci si potesse abituare a vivere così. Io penso che non ci si abitui. Penso che solo il giorno in cui davvero ogni essere umano sarà guardato, trattato e amato con la stessa dignità non dovremo più confrontarci con il dolore che deriva dall’odio.

REMEMBER TO LOVE, come ho visto scritto ovunque a New York in occasione del decimo anniversario dell’ 11 settembre. Ero incinta di Emma, ho provato una dolce malinconia nel leggere quelle parole di speranza e di pace.
E non dimenticherò. Promesso.