La parola a un papà. Oggi Alessandro si racconta.

Ciao Alessandro, finalmente la voce di un papà. E che papà! Siamo “amici di ombrellone” ormai da anni e i nostri bimbi, che sono nati a pochi giorni di distanza l’uno dall’altra, passano vacanze felici in Puglia ogni mese d’Agosto. Speriamo di vederci anche d’inverno quest’anno, però, ce lo siamo promesso e vedremo di coltivare questa loro piccola grande amicizia.

Beh, cominciamo dai. Papà, cosa significa per te questa parola?
Essere papà, per me, è il riconoscimento nell’uomo di una nuova consapevolezza di sé. La consapevolezza che nulla sará più come prima e che le gioie, così come le preoccupazioni e i dolori, saranno irrimediabilmente enfatizzate dall’amore per il proprio figlio.

Ti ricordi il giorno in cui Enrico è nato? Come descriveresti le tue emozioni? In che modo è cambiata la tua vita?
Certamente. Ho un ricorso assai vivido di quel giorno. Un “tunnel” dentro il quale ho fatto lo slalom tra momenti di panico, angoscia e istanti di rosea fiducia. Una emozionante corsa terminata con il fendente di un prepotente raggio di sole che ha squarciato la paura facendomi esplodere nel più beato dei pianti.
In quell’istante ho ben compreso che ero diventato un Uomo. Che dovevo esserlo diventato. Un Uomo che, nei giorni a venire, avrebbe sentito il dovere di regalare al suo piccolo, così come alla sua compagna, la illimitata certezza che egli stesso sarebbe per loro stato la più robusta delle roccaforti.

Tu oltre che un papà sei anche un compagno eccezionale, te l’ho sempre detto. La tua compagna ha, come oramai molte di noi, un lavoro impegnativo che la porta a viaggiare spesso. E allora sei tu ad occuparti di Enrico al 100%, anche per parecchi giorni. Raccontaci di più di questa parte della tua vita. Si può fare, no?
Ti sono profondamente grato di avermi qualificato come un “compagno eccezionale”, ma devo riconoscere che così non é. Sai perché? Dovermi occupare di mio figlio, del tutto autonomamente, anche per periodi prolungati, è assai meno arduo di quanto comunemente si possa pensare. Mia moglie, costretta dai suoi doveri professionali, molto frequentemente deve raggiungere l’altra parte del globo anche per settimane. Lei ama profondamente il suo lavoro, ed io la amo e la stimo anche per questo. Lei é cosciente del fatto che io non vivo con paura la sua lontananza, ha ben presente che le ho sempre offerto il mio incondizionato sostegno e condiviso i suoi successi e le sue soddisfazioni. Lei sa che io sono assolutamente in grado di provvedere ai bisogni di nostro figlio, seppur in sua assenza. Lei sa, e di ciò è assolutamente felice senza farsi quindi avvolgere da immotivate “gelosie”, che i giorni della sua assenza sono l’occasione per consolidare l’amicizia e la complicità tra padre e figlio. Se è vero che non c’è nulla di più bello di una famiglia sempre fisicamente unita, è anche vero che lei e io vediamo in questi periodi di forzato distacco, un’autentica opportunità di arricchimento e di rafforzamento dei nostri equilibri familiari. Lei e io, in tutto ciò, vediamo il “bello” in luogo del “brutto”.

In cosa ti ha arricchito questa necessità di metterti in gioco in prima persona? Cosa ti fa paura quando sei solo con lui? Quali sono le attività che vi piace fare insieme?
Come già anticipato, questo “mettermi in gioco” ha indubitabilmente nutrito ed arricchito l’empatia tra me ed Enrico, così come l’orgoglio di essere al fianco della mia compagna. Qesto stato di necessità ha e sta rafforzando l’armonia familiare.
È vero anche che quando siamo soli per lunghi periodi qualche paura emerge. Una su tutte: la responsabilità di assumere da solo, e quindi senza il supporto e la condivisione con la mia compagna, decisioni importanti e improrogabili relative a nostro figlio, magari dettate da una improvvisa “emergenza”. Questo, in tutta franchezza, mi terrorizza.
Con lui adoro dedicarmi a tutte le attività che, in qualche modo, alimentano il nostro comune spirito “cameratesco”. Giocare a fare i “supereroi”, con lui sempre nella parte dell’Incredibile Hulk! Ci piace trascorrere la maggior parte del tempo fuori casa..lui ama sfrecciare con il suo inseparabile monopattino..ovunque, in qualunque contesto. Ma forse l’attivitá che più ci tiene impegnati è fare domande (Lui) e tentare di dare risposte (Io). Non ha neppure 4 anni ma è già in grado, al pari di molti suoi coetanei, di produrre quesiti assolutamente intensi e sbalorditivi.
Siamo una bella coppia!

Anche tu hai un lavoro impegnativo, e in questo periodo stai introducendo in Italia un concetto molto bello di collaborazione nel tuo settore che finora non c’era proprio. Mi spieghi meglio cosa è questo MLS (non sono sicura sia la sigla giusta scrivimi tu quella corretta) e come funziona?
Eh sì, cara Simona. Hai ricordato al sottoscritto, agente immobiliare da 18 anni, un tema molto significativo e che, ne sono certo, nei tempi a venire muterà l’immagine della mia professione. MLS, acronimo di Multiple Listing Service, è un modus pensandi ancor prima di un modus operandi. È l’idea che gli agenti immobiliari devono mettere al centro della loro attività il cliente e non se stessi. Nato e consolidatosi negli USA prima in modalità cartacea e poi ovviamente imformatica, è il sistema con il quale le agenzie immobiliari condividono incondizionatamente tra loro, senza se e senza ma, abbandonando i retaggi del passato e malsani egoismi ormai anacronistici e contrari alle odierne aspettative del consumatore, l’intero portafogli immobili e l’intero “parco” richieste. Tutto ciò per aumentare le proprie performance, in termini di tempi di vendita e di prezzo raccolto, e quindi di soddisfazione del cliente. Pensiamo al cliente acquirente che oggi, per individuare l’immobile desiderato, deve confrontarsi con decine e decine di agenzie, con tutte le complicazioni immaginabili. Con un MLS diffuso e consolidato, egli potrà rivolgersi ad un solo consulente che sarà in grado di offrirgli l’intero panorama immobiliare.
Il mio motto é “Il mio collega é il mio miglior cliente”. Ho reso l’idea?

Decisamente. Mi piace questo approccio collaborativo, lo trovo in linea con la filosofia di una famiglia che funziona. E in fondo anche i team di lavoro sono una famiglia no? Ma senti, torniamo alle cose davvero importanti, in cosa ti somiglia Enrico, in cosa no?
Siamo entrambi impazienti e sorridiamo nello stesso identico modo. Stesse espressioni, medesima mimica.
In cosa non ci somigliamo? Sicuramente nei nostri rispettivi risvegli! Lui sempre allegro e sorridente; io cupo e giá preoccupato degli impegni professionali che, di lì a poco, mi aspettano. Sono un tipo piuttosto ansioso.

Un tuo pregio come papà, un tuo difetto (ne avrai pur qualcuno no?).
Sperando di non peccare in quanto a presunzione, ritengo di essere un papà molto presente, anche emotivamente. Per Enrico sono papà ed amico. Con tutta probabilità, devo ammettere, non sono per lui ancora un “maestro”. Mi accorgo che spesso pongo l’aspetto educativo in secondo piano rispetto alla sua cura di tutti giorni, la ricerca di un appagante empatia e al gioco. In questo devo certamente crescere. A tal riguardo il tempo a disposizione non è infinito ed è un impegno che non può restare inevaso.

Esprimi un desiderio per te come papà, e per Enrico, per la sua vita. Cosa vorresti per lui?Wow! Domanda impegnativa..Senza dubbio spero con tutto il cuore che saprà essere se stesso, sempre..e che non avrà mai il timore, dinnanzi ad alcuno, di mettere a nudo le sue emozioni.
Ma più di ogni altra cosa mi auguro che saprà essere migliore del suo papà.

Grazie Alessandro, per aver condiviso con noi il tuo punto di vista, sicuramente sarà di aiuto a molti papà che pensano di “non essere capaci”. A volte basta impegnarsi e volere. A presto, è una promessa!

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